Società

La Svizzera e la “sua” socialità

La Svizzera e la “sua” socialità

Gradirei spendere due parole sullo Stato sociale svizzero che sembra entrato in crisi.

È auspicabile un totale e approfondito esame delle varie istituzioni che danno vita allo stato sociale nel suo insieme.

Negli anni quaranta dello scorso secolo è stato dato vita all’assicurazione vecchiaia e superstiti (AVS) quale prima e unica “risorsa sociale” per ammodernare la socialità in Svizzera, fino allora totalmente inesistente.

Quarant’anni più tardi diveniva obbligatoria la cassa pensione (previdenza professionale PP) che, unitamente all’AVS, doveva – e deve – garantire il sessanta percento dell’ultimo salario per permettere una “vecchiaia serena”, ma di fatto in questi ultimi anni così non è più!

Altro ritocco con l’introduzione del terzo pilastro, ovvero il sistema del risparmio privato, con importi deducibili dalla dichiarazione dei redditi.

Con tutti questi pilastri (1° pilastro AVS, 2° pilastro CP e 3° pilastro il risparmio privato) i politici hanno ritenuto che il tema “vecchiaia serena”  fosse definitivamente sistemato, tranne qualche piccolo correttivo “in corso d’opera”!

Ma così non è. Si sono scoperte – all’interno della ricca Svizzera – sacche di povertà poiché parecchia gente vive sul filo del rasoio o abbondantemente sotto. Dopo aver pagato le cose indispensabili: affitto, luce, telefono e, dulcis in fundo, i premi di cassa malati, altro grande punto interrogativo della “socialità svizzera”, poco rimane per vivere.

Se analizziamo da vicino tutte queste “entrate e uscite”, notiamo una forte asimmetria fra quanto immaginato “vecchiaia serena” e la “realtà quotidiana”.

Vediamo innanzitutto che – per certe fasce di reddito – il traguardo del 60% dell’ultimo stipendio è insufficiente. Occorre pensare di portare questo salario minimo all’80% o 90%.

L’AVS deve seguire – per garantire il rincaro annuo del costo della vita, un adeguamento annuo e non biennale o solo quando si raggiunge una certa percentuale. La vita (o il costo della vita) aumenta per tutti, in primis per coloro che hanno un’entrata limitata.

E qui i margini di manovra sono molti per una politica federale veramente sociale. Ad esempio: perché un manager che percepisce uno stipendio stratosferico deve poi, raggiunta l’età AVS, percepire anche la rendita di vecchiaia? Lasciamola agli altri che non sono stati così “fortunati” nel percepire elevati stipendi.

Per rimpinguare le casse dell’AVS e delle casse pensioni (anche private) applicare una tassa sulle transazioni finanziarie, specie se speculative?

I proventi andrebbero a favore di quegli assicurati che con le loro entrate non arrivano al tanto auspicato 80 o 90%.

C’è poi un altro tasto “doloroso” per molta gente e famiglie: i premi di cassa malati.

Non è socialmente giustificabile che tanto il ricco quanto l’indigente paghino lo stesso premio.

È questione di parità di trattamento: chi più incassa più paga.

Colui che riceve una mercede di CHF 60'000.00 non può versare lo stesso importo di chi riceve uno stipendio di CHF 120'000.00 annuo. Lo squilibrio, l’asimmetria della situazione non è per nulla rispettata: entrambi pagano (ad esempio) CHF 308.00  mensili.

Percentualmente parlando il primo deve versare un premio annuo pari al 6,16%, mentre il secondo uno di solo 3,08%.

Secondo una “logica matematica di solidarietà”, a stipendio elevato corrisponde un prelievo di contributi per il pagamento dei premi di CM, mentre un basso reddito corrisponde a un basso prelievo. Questo si definisce: un contributo direttamente proporzionale.

Non per nulla in Ticino i “morosi” continuano ad aumentare, mentre a Berna il Dipartimento non trova il coraggio di regolare in altro modo queste ingiustizie perpetrate ai danni dei più deboli, di coloro che mugugnano ma poi non hanno accesso alle “stanze dei bottoni” per riportare finalmente un po’ di giustizia e realizzare uno “Stato sociale” del terzo millennio!

Flavio Ercolani
Presidente di GenerazionePiù, sezione del Luganese.

 

Lugano, 16 agosto 2011