Società

Il proverbiale Sessantotto

Il proverbiale Sessantotto

Al tormentato periodo della contestazione studentesca, scoppiata oltre quarant’anni fa al Quartiere Latino di Parigi, oggi possiamo volgere lo sguardo con animo più sereno. Chiusa l’epoca che tendeva a mitizzare la rivolta politica e ideologica del Sessantotto, nella coscienza di quanti vissero quei fatti da giovani spettatori resta la percezione di un cambiamento del costume, delle idee, della concezione stessa dell’insegnamento. Un “ricambio” avvenuto non solo a causa delle barricate innalzate al Quartiere Latino, ma grazie alla presa di coscienza graduale di quanti, intellettuali, docenti e operai, vollero aprirsi alla ventata riformista di un anno che è diventato, anche nel linguaggio comune, sinonimo di rottura con il passato.
 studenti in rivoltaMaggio 1968: studenti in rivolta

Les gendarmes casqués font évacuer la Sorbonne. Le Recteur de l'Académie de Paris avait demandé à ses étudiants, en particulier les "gardes prétoriens", des  organisations d'extrême gauche, de quitter la Sorbonne, car leur présence, estimait-il, aggravait les risques d'incidents. È «Le Monde» del 5/6 maggio 1968, a dare notizia degli scontri avvenuti tra la polizia e gli studenti di Parigi nella giornata del 3 maggio. La dinamica dell'aspra giornata di lotta è ben descritta nei corsivi dal celebre quotidiano francese. Stando alle pagine della cronaca la Polizia aveva raggruppato cinquecento uomini, contrapposti ai duemila studenti decisi a manifestare contro la chiusura dell'Università ordinata dal Rettore, in seguito ad un appello emanato dai giovani di boicottare gli esami, ritenuti inutili e strutturati in maniera troppo selettiva. Una manifestazione era stata immediatamente organizzata al Quartiere Latino, dove erano stati esposti pannelli e stendardi inneggianti alla rivolta; poi erano state innalzate delle barricate e costruiti ripari improvvisati con automobili trasportate a forza in mezzo alla strada. Gli incidenti erano durati sei ore: la Polizia aveva adoperato gas lacrimogeni, mentre gli studenti, armati di bastoni e spranghe di ferro, avevano reagito con il lancio di cubetti di porfido.

Jacques Sauvageot, al centro, con maglione bianco. Alla sua sinistra Daniel Cohn-BenditJacques Sauvageot, al centro, con maglione bianco. Alla sua sinistra Daniel Cohn-Bendit

Dalle diciassette alla ventidue e quarantacinque la Polizia aveva interrogato nel cortile della Sorbona cinquecentonovantasei persone trattenendone ventisette, fra cui Daniel Cohn-Bendit, esponente di estrema sinistra e militante nel movimento 22 marzo, Pierre Rousset, figlio dello scrittore David Rousset, e Jacques Sauvageot, vicepresidente dell'UNEF, l'attivissima associazione studentesca dotata di un proprio Ufficio Nazionale che diffondeva un bollettino aggiornato con i risultati della lotta. Solo alle ventidue e trenta la Polizia aveva abbandonato il Quartiere Latino, lasciando all'opinione pubblica ed alla stampa il difficile compito di trarre un bilancio sugli scontri. I giornali del giorno dopo quantificarono solamente i contusi tra gli agenti della Polizia, di cui quattro erano stati ricoverati.
A quarant'anni di distanza è altrettanto difficile trarre un bilancio sulle motivazioni che provocarono in quei giorni di maggio un'acredine tale fra studenti e Polizia. In Francia, come in altre nazioni europee, l'inizio del 1968 fu contrassegnato da una dilagante ribellione studentesca, slegata dalle possibili ingerenze di un partito o di un altro. Una ribellione con cui i giovani attaccavano l'Università nelle sue manifestazioni borghesi, classiste e discriminatorie, allo scopo di cambiare radicalmente le strutture burocratiche ed amministrative della scuola. Gli studenti attribuivano la causa del loro malessere all'"arcaismo semi-feudale" che regnava all'interno dell'Università, pronti a scendere in strada per sostenere una riforma scolastica che permettesse loro di avere un ruolo più decisionale rispetto a quanto prevedono i regolamenti di Ateneo. Richiamandosi alle concezioni marxiste, le frange più politicizzate si spinsero invece a caldeggiare una lotta aperta contro la borghesia. Ma un obiettivo parve diventare comune per chi all'epoca intraprese il cammino della rivolta: battersi per evitare che gli studenti, "depositati" nelle Università come in un magazzino, acquisissero la frustrante condizione di potenziale forza-lavoro e non quella di individui. In termini più semplicistici diremo che l'Università era vista come un potere indiscusso della borghesia, usato per salvaguardare degli interessi di parte. Agli occhi dei giovani cambiare l'Università voleva dire attaccare la borghesia. Fatto è che l'inevitabile radicalizzazione della lotta degenerò presto in guerriglia aperta tra il gruppo di Estrema Destra Occident e i gruppi che avevano raccolto il significato pregnante e rivoluzionario della lotta. Nacque così il movimento del 22 marzo, scisso ben presto a causa della graduale affermazione di una corrente maoista.

Roland BarthesRoland Barthes

Dopo quarant'anni si può facilmente rilevare che ogni movimento aveva elaborato un programma proprio, commettendo certamente degli errori nel tentativo di attuarlo. Curiosamente i programmi talvolta combaciavano ed erano pienamente condivisi quando l'obiettivo era quello di estendere la lotta a livello sociale iniziando dall'Università, da sempre ritenuto terreno di mutamenti ideologici importanti. Qui, a fronte della violenza gratuita, del fanatismo politico di certi gruppi, delle manifestazioni giovaniliste fini a se stesse, avvenne ciò che era auspicabile avvenisse: vale a dire una progressiva presa di coscienza da parte delle autorità delle problematiche legate alla Scuola ed all'insegnamento. E qualcosa in effetti cambiò. Cinque anni più tardi, in un piovoso giorno d'autunno del 1973, un insegnante francese fu chiamato alla Sorbona per tenere il discorso d'inaugurazione dell'anno accademico 1973-1974. In quell'occasione disse che ci sono momenti nella vita in cui si insegna ciò che si sa. E questo si chiama sapienza. Ma - sostenne - ci sono momenti in cui si insegna ciò che non si sa. E questo si chiama ricerca. E aggiunse che comunque nella vita occorre un po' di sapere, un po' di ricerca, ma soprattutto tanto sapore. Togliere sapore ai giovani riducendoli a forza-lavoro, a suo giudizio era un vero delitto. Quell'uomo, quell'insegnante, era Roland Barthes.