La sconfinata produzione artistica di Giovanni Battista Piranesi e l’eccellenza della tecnica da lui usata per l’incisione, costituiscono per chi visita la mostra al m.a.x museo di Chiasso motivo di sorpresa e di ammirazione. Una giustificata ammirazione per il noto architetto e incisore del XVIII secolo a cui l’evento culturale è dedicato, ma anche per i curatori Luigi Ficacci e Nicoletta Ossanna Cavadini, nonché per gli amministratori ed operatori culturali che hanno portato al museo le opere grafiche di Piranesi, distribuendole nelle sale in Sezioni di facile “lettura” per esperti e non esperti.
Esperti o meno, all’ingresso si è dotati di una lente d’ingrandimento per soffermarsi su quei tratti che danno forma e fisionomia compiuta alle figurazioni. Avvicinando la lente al ritratto di Piranesi realizzato da Felice Polanzani fra il 1750 e il 1756, l’occhio percepisce con chiarezza non solo i segni di una grafica pulita e raffinata, ma quelli più emozionali della personalità dell’artista. A torso nudo, il busto di tre quarti sospeso in un ideale empireo abitato dai grandi uomini, Piranesi sembra fissare severo la nostra contemporaneità per attestare con orgoglio la padronanza di una tecnica che unita alla conoscenza delle principali discipline del suo tempo, gli fecero meritare il titolo di Venet. Architectus, come si legge nel cartiglio in basso. L’immagine è pienamente in linea con lo spirito dell’evento: evidenziare in sette Sezioni ripartite nelle ampie sale del m.a.x museo le peculiarità artistiche dell’opera grafica di Piranesi, iniziando da quelle Architetture e prospettive e da quei Grotteschi e capricci che oggi ritroviamo di frequente in ristampe dozzinali ad ornamento delle pareti degli Studi di notai, avvocati, medici e geometri. Gli originali esposti nel museo, invece, per la freschezza delle matrici che affiancano in alcuni casi le incisioni, ci suggeriscono l’idea di soggetti pensati e inchiostrati con rigore e perizia. Questo permette di valorizzare la produzione delle incisioni per le quali Piranesi è conosciuto nel mondo, in primis le ricercatissime Vedute romane, a cui si aggiunge in Sezione a parte la grande Pianta di Roma e del Campo Marzio, con la dedica a Papa Clemente XIII.
Ma la Sezione più fulminante è quella “visionaria” delle Carceri d’invenzione, ricca di suggestioni potenti che hanno ispirato De Sade, Hugo, Baudelaire, Escher, oltre che registi come Ėjzenštejn e Lynn, relativamente più vicini ai nostri anni. Autore di una serie di sedici incisioni aventi le carceri come soggetto, Piranesi riuscì a riprodurre le cupe atmosfere di ambienti destinati in passato ad ammassare detenuti; e benché ciò che vi è rappresentato sia storicamente conforme al vero, battezzò l’inquietante corpus di stampe con il nome di Carceri d’invenzione, stampandone con Giovanni Bouchard due edizioni in quindici anni. L’espressione coniata da Piranesi per definire il luogo detentivo, non voleva ridimensionare il senso di naturale fastidio che si provava (e ancora si prova) nel varcare la soglia di un carcere; semmai il titolo della raccolta, giocato su ciò che dall’esterno di un luogo di pena non è neppure facile supporre, aumenta maggiormente il patema, conferendo all’esercizio della fantasia un ruolo non secondario.
Né possiamo omettere qui l’ipotesi degli studiosi, secondo cui nelle intenzioni di Piranesi alcune tavole della seconda edizione sono l’esatta raffigurazione dei locali Vaticani in cui la Santa Inquisizione estorceva le “confessioni” a quanti si trovavano segregati perché in odore di eresia. Le stesse architetture, con i volumi apparentemente sovradimensionati, certi elementi ben marcati e posti in primo piano come catene, strumenti di tortura, ruote, garitte, croci, puntelli, cavalletti e scale a chiocciola che sinuosamente scendono verso inimmaginabili profondità, rendono a dovere l’idea di un luogo di sofferenza concepito all’epoca per uno scopo per così dire istituzionale.
Ma davvero si possono riconoscere in queste incisioni di Giovan Battista Piranesi finalità etiche, a dimostrazione dell’ormai condiviso parere secondo cui ciò che nasce dalla fantasia non è meno terribile della realtà? O non sono invece le proporzioni spaziali, le perfette geometrie e le vedute prospettiche degli interni, le protagoniste dei contenuti espositivi della Sezione delle Carceri? Eppure quegli stessi volumi, quelle soluzioni spaziali talvolta asfittiche e talvolta così ampie da risultare stranianti, hanno sempre influenzato, viziato e alterato la personalità di chi veniva a misurarsi con un osservatorio realistico. È esattamente quell’osservatorio che ci interessa, e potremo certo capirne qualcosa di più assistendo al concerto in programma a Chiasso il 6 aprile, quando Ton Koopman al clavicembalo e Catherine Manson al violino evocheranno i tempi del celebre incisore e scenografo suonando Bach e Haydn.
Entrare in argomento con l’ascolto di note fissate sul pentagramma nell’età di Piranesi, è il modo più idoneo per avvicinarsi alla conclusione di questa stimolante esposizione che il Dicastero della Cultura del Comune di Chiasso, in collaborazione con l’Istituto Nazionale per la Grafica e la Fondazione Antonio Mazzotta, ha promosso e inaugurato il 17 febbraio scorso, prevedendone il disallestimento il prossimo 1 maggio 2011. Un omaggio dovuto al dinamismo e ai contenuti didascalici e moralistici di cui il celebre Architectus, rappresentando il passato aulico nelle Antichità romane e nei Trofei di Ottaviano Augusto, si fece interprete sapiente.
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